Musicoterapia: la musica che guarisce

Pubblicato: 4 maggio 2011 in Musica
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Il saggio che coniò il detto: “Canta, che ti passa” non avrebbe certo sospettato che la musica sarebbe arrivata addirittura ad essere considerata ed usata come un medicamento. Eppure la musicoterapia, ché di questa stiamo parlando, è giunta oggi a tal grado di considerazione che medici, psicologi, pedagogisti e musicisti si stanno riunendo in società scientifiche, ricercano per approfondirvi le loro conoscenze e lavorano per trasformare quel principio popolare in sistema terapeutico.

Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che il raffreddore possa essere curato con una canzonetta di Modugno o l’indigestione con una sinfonia di Mahler, ma non sarebbe affatto strano sentir parlare d’ulcere duodenali di origine nervosa trattate con terapie musicali. Ché il succo della musicoterapia è proprio nell’influenza psicologica della musica, dei suoi influssi sul sistema nervoso e su tutto quanto può essere governato da questo.

Nell’occuparmi di queste cose mi sono imbattuto in casi, apparentemente strani, di mali curati con questo mezzo. Una signora di mia conoscenza, per esempio, aveva incominciato giovanissima a soffrire di varici. Queste erano state curate con metodi tradizionali e con risultati alterni. Un miglioramento sensibile si manifestò però soltanto quando, avendo trovato un’ottima sistemazione economica col matrimonio, essa prese a studiare il pianoforte per occupare il tempo. Poco per volta una certa condizione nevrotica, che si era formata in lei fin da bambina a causa dell’ambiente familiare oppressivo, incominciò a risolversi e, parallelamente, incominciò a migliorare lo stato delle sue vene. Presto fu chiara anche la spiegazione: il disagio psicologico le si somatizzava in una contrazione muscolare stabile, che comprimeva il circolo venoso profondo delle gambe e costringeva il sangue a riversarsi nel circolo superficiale provocando le varici. Quando assieme alle nevrosi si sciolse la tensione muscolare migliorò in modo evidente anche lo stato delle sue vene.

Ricordo pure il caso analogo di un libero professionista stressato dal carico psicologico del suo lavoro, che non trovava cure efficienti per i suoi “reumatismi”, ma che sentiva cessare ogni dolore quando riusciva a concedersi un po’ d’ascolto dal suo impianto ad alta fedeltà.

In questo senso, però, non si può dire che la musica svolga un’azione psicoterapica diversa da qualsiasi altra attività capace di interessare in profondità il nevrotico fino a risolvere il suo male per sublimazione (in psicanalisi si indica con questo termine il fenomeno per cui la pulsione interiore, rivolta ad una certa meta, viene deviata verso un’altra). Quanto di essenzialmente diverso presenta la musica nelle sue applicazioni terapeutiche è l’attitudine a venire “somministrata” dall’esterno per mezzo dell’ascolto, quasi come una medicina, e di non presentare la stretta necessità di essere praticata attivamente.

Tipico è il caso degli individui affetti da autismo. Si indica con questo termine una condizione patologica della personalità, per cui l’individuo tende a rinchiudersi in se stesso rifiutando ogni comunicazione con l’esterno. In certi casi la musica, “propinata” per mezzo di altoparlanti, può essere una sorta di cavallo di Troia, che permette al mondo esterno di insinuarsi nella mente del malato e favorire l’inizio del processo di estroversione. Ma, in casi meno complicati, si può avere l’uso della musica come anestetico per piccoli interventi chirurgici in cui il paziente viene distolto da sensazioni dolorose, sovente più frutto di autosuggestione che reali, con l’ascolto di musiche adatte ai suoi gusti.

È difficile, tuttavia, allo stato attuale delle nostre conoscenze in materia, stabilire tanto le possibilità quanto i limiti della musicoterapia. Se i risultati più evidenti si osservano, come detto, nella sublimazione delle nevrosi – e in questo senso non si può dire che la musica abbia possibilità maggiori della pittura o della filatelia se queste costituiscono per caso un valido centro di interesse per il malato – vi sono però elementi ad essa peculiari, che consentono applicazioni specializzate. Così, per esempio, il ritmo. Tante delle nostre funzioni biologiche sono regolate da ritmi e alla base delle deficienze del loro funzionamento sta sovente una disritmia generale. Rieducare le capacità ritmiche dell’individuo significa in questi casi ricostituire le fondamenta mancanti al corretto andamento della funzione. Alla radice della balbuzie, per esempio, c’è quasi sempre una forte disritmia che si riflette negativamente sulla regolarità della respirazione e del discorso. A Torino il prof. Oskar Schindler della Clinica Otorinolaringolatrica dell’Università rieduca i bambini balbuzienti incominciando a curare il loro senso ritmico. A questo fine ha adottato il metodo “Orff”, il noto sistema didattico per l’educazione musicale di base, fondato prevalentemente sulla ritmica, e sta ottenendo ottimi risultati.

Altra applicazione dell’aspetto ritmico della musica è data dallo stimolo che essa può costituire per l’allenamento e l’affinamento delle capacità motorie degli handicappati. L’atto del suonare – e particolarmente del suonare strumenti a percussione – oltre che stimolo psicologico per fare svolgere un’attività fisica generica a persone sfiduciate, è un esercizio insostituibile per affinarne le capacità di movimento e per portarli a sfruttare nel miglior modo le poche capacità muscolari loro rimaste. Posso citare a questo proposito un’esperienza personale, svoltasi nel reparto “invalidi” di un noto istituto religioso, che ha per scopo il ricovero e l’assistenza dei minorati di ogni tipo.

Il mio esperimento aveva per fine la ricerca di applicazioni musicoterapiche nel caso di minorazioni fisiche in soggetti psicologicamente normali e nasceva dall’osservazione del fatto che gli strumenti “Orff”, tutti a percussione (xilofoni, tamburi, piatti, ecc.) possono essere suonati, al limite, stringendo fra i denti un battente. Ebbi modo di sperimentarne un’applicazione interessante in un caso di distrofia muscolare (un male incurabile per il quale i muscoli vanno progressivamente atrofizzandosi fino al momento in cui il cuore, che è appunto un muscolo, diventa insufficiente a mantenere in vita l’organismo).

Il mio primo tentativo fu quello di far suonare al giovane invalido un tamburello, ritenendo che questo strumento, per via della sua semplicità, fosse il più adatto alle sue condizioni. In realtà il ragazzo, che tentava di suonarlo alzando tutto il braccio ormai privo dl forze, non riusciva a cavarne suoni utili. Avendo invece sostituito il tamburo con uno xilofono posto ad altezza conveniente, l’articolazione del polso si dimostrò sufficiente alla bisogna e l’invalido affinò progressivamente le sue capacità motorie imparando a sfruttare le poche energie rimastegli. Dopo qualche tempo, infatti, era in grado di suonare anche il tamburello, occasione del suo precedente fallimento; non solo, ma era migliorata la sua capacità generica di manipolazione.

Con tutto ciò le possibilità di applicazione della musicoterapia sono e rimangono prevalentemente in campo psicologico e sociale. Sempre nel corso di quell’esperienza, rimasta purtroppo incompiuta, i risultati ottenuti furono prevalentemente di questo tipo. La piccola società costituita dai ragazzi di quel reparto si reggeva su di un equilibrio di tipo feudale. Ogni classe era sotto il controllo del ragazzo più anziano, con funzione di delatore ufficiale e l’incarico formale di riferire alla suora addetta al reparto il comportamento dei ragazzi e dei professori (vi era distaccata, infatti, una sezione di scuola media statale). Di qui discendeva una gerarchia naturale, determinata dalla disponibilità alla delazione, dalla validità fisica, dalla socialità, ecc., per la quale si aveva: da un lato un sistema di tacito vassallaggio, fatto di piccoli servizi che andavano a senso unico dal vassallo, al valvassore e al valvassino; dall’altro qualcosa di simile all’ordine delle beccate, esistente nei pollai e per il quale, a prescindere dalla gallina dominante, ognuna ha delle inferiori che becca e delle superiori dalle quali viene beccata. Fino all’ultima, che non ne becca nessuna ed è beccata da tutte. II sistema, unito ad ottime cure materiali e ad un’assistenza medica di alto livello, concorreva a mantenere l’ordine, la tranquillità ed il silenzio nel reparto.

Il nostro miodistrofico, dunque, rappresentò l’ultima gallina dell’ordine delle beccate fino a quando non riprese fiducia in se stesso attraverso un’attività musicale per la quale era discretamente dotato, trovando poi motivi di interesse anche per le altre materie, arrivando persino a sorpassare in profitto il vassallo-delatore della sua classe ed uscendo automaticamente da quel ruolo doloroso.

Nell’ambiente descritto la musica dimostrò anche il suo potere socializzante. L’attività musicale d’assieme, infatti, non ammette gerarchie, ma solo il coordinamento dell’attività dei singoli ad un fine comune sul piano della parità. Così gli attriti scomparivano durante le ore di musica e andavano progressivamente attenuandosi anche in quelle seguenti.

Particolarmente significativo mi pare il caso di un ragazzo colpito da una serie di mali, aggiunta alla sua menomazione congenita, che stava attraversando una forte crisi di ribellione alle sue condizioni. In aula prese a rifiutarsi di partecipare all’attività comune, a voltare le spalle a tutti e ad isolarsi contro un muro nella lettura di un giornalino fino al giorno in cui non si tenne una lezione interamente dedicata alla ritmica: ripetizione e creazione di ritmi realizzati col battito delle mani. Lo vidi agire sulla manovella che metteva in moto le ruote della sua lettiga, voltarsi e inserirsi finalmente nell’attività del gruppo.

Ma l’esperimento a questo punto venne stroncato. Fu giudicato rumoroso e turbatore della tranquillità del reparto. Il musicoterapista fu accusato di essere un “diseducatore” in quanto i ragazzi, dopo le sue lezioni, erano più vivaci e non restavano più fermi e silenziosi ai posti assegnati.

È il trattamento che ho visto riservato da istituti analoghi ad altri musicoterapisti ed è curioso che ciò avvenga proprio mentre la medicina ufficiale si sta occupando della musica come terapia con attenzione crescente.

Ma forse il fatto che questi enti, di istituzione e mentalità tradizionali, accomunino la musicoterapia alle branche avanzate della psicologia nel trattamento che riservano loro, è un segno della sua vitalità.

commenti
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